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L'italiano e i suoi dialetti

Dialetti italiani oggi e nella storia

L’Italiano e i suoi dialetti - La lingua italiana

alice martinelli

di Alice Martinelli

L’Italia è un Paese recente: si stima che alla sua fondazione, nel 1861, ben l’80% dei suoi abitanti fossero analfabeti.
Le diverse regioni d’Italia hanno avuto storie, evoluzioni ed occupazioni diverse; di conseguenza anche la lingua per molto tempo non è stata unitaria.

La lingua che viene oggi considerata standard deriva dal fiorentino antico, ma nella loro vita quotidiana la maggior parte degli italiani parla delle varianti di questa, i dialetti, a volte delle vere e proprie Lingue territoriali incomprensibili per chiunque non abiti nel luogo dove sono diffuse.
Nel 1861 solo il 2,5% degli abitanti sapeva parlare la lingua standard; tuttora, soprattutto in certe aree del sud Italia, ci sono persone che sanno parlare solo il proprio dialetto.
Il termine "dialetto" deriva dal greco διάλεκτος (diàlektos), e ai tempi dell'Antica Grecia indicava le principali varietà del greco.  Nel corso del tempo aveva assunto un’accezione negativa, secondo l’idea per cui i dialetti sarebbero delle variazioni di basso livello della lingua. Ad oggi il suo valore è stato ripensato e indica le varie forme che assume l’italiano lungo la Penisola.
Bisogna d’altronde ricordare che la lingua madre degli italiani è il latino, e che da questo si sono sviluppati i dialetti dai quali è poi derivato l’italiano, e non il contrario.

 

dialetti italiani

 

Ma quanti sono i dialetti in Italia?


I dialetti in Italia sono così numerosi da non poter essere contati, neppure secondo l’Enciclopedia Treccani.

Ai tempi di Dante, il poeta stesso aveva cercato di stabilire nel suo De Vulgari Eloquentia una prima divisione dialettale dell’Italia, indicandone ben quattordici: Lombardo, Friuliano, Istriano, Trevisano-Veneziano, Genovese, Romagnolo, Toscano, Anconetano, Spoletino, Romano, Apulo Orientale, Apulo Occidentale, Sardo e Siciliano.
Ad oggi si distinguono ben 24 Lingue Territoriali: al primo posto troviamo il Napoletano (riferito non soltanto al dialetto di Napoli, ma al più esteso napoletano-calabrese), che conta ben 5’700’000 parlanti, seguito dal Siciliano con 4’700’000.

Interessante è il fatto che siano considerate come Lingue Territoriali anche l’albanese d’Italia (gluha arbëreshe), testimonianza delle antiche migrazioni dall’Albania verso certe zone d’Italia dove ormai le comunità albanesi rappresentano una realtà radicata; il greco d’Italia (Katoitaliótika), che nel solo Salento è parlata da 10000 persone; e il croato, parlato in Molise.

Fu Dante per primo ad interessarsi alla ricerca di una lingua comune, il volgare illustre, nel già citato De Vulgari Eloquentia, e ad utilizzare a questo scopo il fiorentino impiegandolo nella sua opera più importante, la Divina Commedia
Si stima che il 90% delle parole attualmente esistenti in italiano siano già presenti nel suo poema.

Nel corso dell’800 fu invece Manzoni a proporre la diffusione del fiorentino colto per cercare di raggiungere l’ unità linguistica nella Penisola: i suoi Promessi Sposi sono il frutto di una lunga elaborazione, durata oltre vent’anni e fatta di correzioni e ripensamenti, soprattutto linguistici.

Dopo l’Unità d’Italia fu l’opera di alfabetizzazione a diffondere l’italiano standard da Nord a Sud, ma ancora nella prima metà del secolo scorso, durante un ipotetico incontro, un contadino del sud e un operaio del nord si sarebbero difficilmente capiti.
Nella seconda metà del secolo invece fu essenziale l’opera svolta dai mezzi di comunicazione: la cosiddetta paleotelevisione, termine coniato dallo scrittore Pierpaolo Pasolini per distinguere la fase statale dell’emissione televisiva italiana dalla successiva fase commerciale, fu fondamentale nella diffusione di una lingua unitaria per tutta la penisola.

I suoi programmi, dagli intenti volutamente educativi, riuscirono a diffondere un senso di “italianità” tanto a Nord quanto a Sud; grazie a loro la lingua ufficiale assorbì gli influssi di alcuni fra i dialetti più diffusi, fra cui il napoletano di Totò e il romanesco di Sordi.

 

dialetto italiano

 

E oggi?


Ad oggi sono pochissime le persone che parlano soltanto il proprio dialetto e che non conoscono l’italiano. La maggior parte abita a Sud, ma anche nell’estremo Nord in piccola percentuale è possibile trovarne.
Per molto tempo si è pensato che i dialetti andassero spegnendosi, soprattutto fra i giovani: per decenni considerati qualcosa di sgraziato, una marca negativa, il loro utilizzo è stato scoraggiato per generazioni.

Negli ultimi anni la tendenza è però un’altra, almeno secondo il famoso linguista Tullio de Mauro: quella degli italiani è una doppia competenza, un vero e proprio bilinguismo che persiste anche nei giovani, nonostante non utilizzino il dialetto quanto i loro genitori e nonni.

Perché il dialetto?

  • Forza espressiva

I dialetti hanno una forza espressiva unica, che nella lingua standard inevitabilmente si perde.

Qualche esempio?

L’amico è comme’ ‘o ‘mbrello: quannno chiove nun o truove maje. (Napoletano: "l'amico è come l'ombrello, quando piove non lo trovi mai)

Aceddu `nta la aggia non canta p`amuri, ma pi raggia. (Siciliano: l'uccello nella gabbia non canta per amore, ma per rabbia)

A Roma pe’ fa fortuna ce vonno tre d, donne, denari e diavolo. (Romano: a Roma per fare fortuna ci vogliono tre D: donne, denaro e diavolo)

Amor no porta rispeto a nesun. (Veneto: l'amore non porta rispetto a nessuno)

  • perché è tradizione

I dialetti racchiudono in sé la storia di un territorio e dei suoi abitanti; si identificano perciò con la sua vera essenza, sono la testimonianza del passaggio del tempo in un determinato luogo. Sono una peculiarità unica dell'italiano: nessuna lingua al mondo presenta una variabilità linguistica paragonabile ad esso.
Vanno quindi preservati e protetti, come un bene inestimabile.

  • perché è appartenenza

Il dialetto è un mezzo di coesione del territorio. un tratto distintivo, rafforza l'identità e il senso di appartenenza a un luogo. Ci fa sentire membri di un'unica, grande famiglia, di cui rappresenta l’eredità.  

  • perché è una caratteristica unica che riflette la diversità degli italiani

L’Italia è il risultato di secoli di lotte per l’unificazione, ed è quindi formata da realtà molto diverse.
Si potrebbe quasi definire uno “stato multinazionale” per le enormi differenze fra le sue diverse zone. In nessun altro Paese europeo c’è una tale differenza. È quindi una caratteristica unica di questo Paese.

È evidente perciò l’importanza di recuperare e mantenere queste efficaci e significative differenze di linguaggio, una diversità in grado di unire le montagne del Friuli al mare di Palermo.
Aveva ragione Pasolini, quando scrisse che:

“Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”.