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Le parolacce nella Divina Commedia

Le parole volgari di Dante

Il turpiloquio nella Divina Commedia - La lingua italiana

di Alice Martinelli

Dante Alighieri fu il padre della lingua italiana già secoli prima che l'Italia nascesse.
La questione di una lingua comune, a cui affidare la formazione di un Impero che riuscisse a riunire e fondere insieme l'intero paese, dalla Sicilia alle Alpi, fu al centro delle sue più fondamentali opere, dal Convivio alla Monarchia, passando per il De Vulgari Eloquentia e per le numerose epistole indirizzate ad amici e personaggi importanti del suo tempo.
Dante è unanimemente riconosciuto come il più grande poeta che l'Italia abbia avuto, forse il primo a credere in un'unificazione del paese, anche se certamente l’Italia in cui credette era molto diversa da quella che conosciamo ora.
La sua ricerca di un'unità linguistica lo portò ad adottare, nelle sue opere più importanti, il volgare fiorentino, lingua di una città, Firenze, a cui fu legato con un doppio filo, ma che lo rinnegò, esiliandolo, nel 1302. 
Da allora Dante non fece più ritorno nella sua città natale, ma visse per le corti delle maggiori città d'Italia fino alla morte, sopraggiunta nel 1321. Tuttora, nonostante i tentativi da parte di Firenze, le sue spoglie giacciono nella Chiesa di San Francesco (ai tempi San Pier Maggiore) a Ravenna.

divina commedia dante


Proprio durante l'esilio si occupò dell'opera che lo rese celebre in tutto il mondo, e che ancora oggi viene considerata il capolavoro della letteratura italiana: la Divina Commedia.
Il Poema tratta del famosissimo viaggio attraverso i tre regni dell'Oltretomba, tema figlio di una grande tradizione letteraria che va dalla mitologia greca alle Scritture, finalizzato alla salvezza del poeta che, arrivato ormai a quella che era ai tempi considerata la metà della vita umana (35 anni), nell'anno del primo Giubileo (il 1300), sente il bisogno di una purificazione; purificazione che è anche allegoria del percorso che ogni uomo deve compiere sulla terra per arrivare alla vita eterna, e quindi viaggio universale dell'umanità.

Nel poema di Dante si rispecchia quindi tutta un'epoca, quella Medievale, e l'opera si propone di rappresentare tutto il reale, grazie a una visione (ai tempi creduta veritiera) che è dichiarata ispirata direttamente da Dio.
Proprio questa ispirazione permette a Dante di utilizzare una lingua che varia enormemente non solo di Cantica in Cantica (Inferno, Purgatorio e Paradiso) e di Canto in Canto (in tutto 100), ma anche all'interno di uno stesso Canto, a seconda del personaggio e del luogo in cui il Poeta viene a trovarsi, sempre accompagnato dalle sue guide Virgilio (per l'Inferno e Purgatorio) e Beatrice (per il Paradiso, anche se dal XXXI Canto troviamo San Bernardo).


Fu Gianfranco Contini a definire per primo questa caratteristica come plurilinguimo dantesco. La varietà della sua lingua si manifesta soprattutto nella grande ricchezza lessicale, che va da termini alti e aulici, passando per latinismi e francesismi, provenzalismi, neologismi, nonché linguaggi inventati, fino al più basso turpiloquio, alla parolaccia.


Ebbene, sì: nella sua rappresentazione di tutto ciò che è reale, concreto, e quindi parte della vita, la Divina Commedia non disdegna neanche le volgarità e i vocaboli sconci.
Ma vediamone alcuni.

Inferno

  • Di merda lordo (Canto XVIII, 116)

La prima volta in cui ci imbattiamo nel termine “merda” ci troviamo nel XVIII Canto dell’Inferno; Dante e Virgilio sono appena discesi dalla groppa di Gerione per ritrovarsi in quella parte del regno della dannazione chiamato Malebolge. Qui nel profondo la figura umana è mutata; se nella prima parte dell’Inferno le anime dannate potevano ancora trattenere qualcosa della fierezza dimostrata in vita, qua si trasformano in caricature animalesche, degradate, spregevoli.
In questa prima bolgia vengono puniti ruffiani e seduttori, i quali sono costretti a correre mentre vengono frustati alle spalle dai diavoli; nella seconda, sempre appartenente a questo canto, troviamo i lusingatori, vilmente immersi nello sterco: è proprio qui che il termine “merda” compare per la prima volta. Dante lo utilizza per riferirsi a un nobile lucchese, appartenente, come lui, alla fazione dei Guelfi Bianchi, tale Alessio Interminelli.

Altre occorrenze di questo termine si possono trovare sempre in questo Canto e nel XXVIII, dove vengono puniti i seminatori di discordie.

  • Puttana (Canto XVIII, 133)

Nello stesso Canto troviamo il termine “puttana”, che ricorre, con nomi diversi, anche nei Canti precedenti. Qui è riferito a Taide, personaggio della Commedia L’Eunuco di Terenzio, che era, per l’appunto, una prostituta.

  • Puttaneggiar coi regi (Canto XIX, 108)

Nel XIX Canto ci troviamo nella terza bolgia, dove vengono puniti i simoniaci, condannati a restar capovolti all’interno di fori nella roccia, dalla quale spuntano soltanto le gambe, mentre i loro piedi vengono bruciati dalle fiamme.
Dante intraprende una lunga invettiva contro il peccato di simonia (ovvero la compravendita di cariche ecclesiastiche); la frase “puttaneggiar coi regi” è una ripresa dell’Apocalisse e si riferisce al rapporto tra la Chiesa e il re di Francia Filippo il Bello, al quale la prima era asservita.

  • Le natiche bagnava per lo fesso (Canto XX, 24)

In questa IV bolgia vengono puniti maghi e indovini, che si illusero di poter interferire con il giudizio divino. Sono condannati a procedere lentamente in fila, piangendo, con la testa voltata di 180gradi. Di conseguenza, le lacrime versate da queste anime scendono per la schiena fino al “fesso”, ovvero alla fessura che separa le natiche.

 

  • Avea del cul fatto trombetta (Canto XXI, 139)

Nel XXI Canto ci troviamo nella V bolgia, dove vengono puniti i barattieri, colpevoli di essersi approfittati della propria carica pubblica per la compravendita di piaceri e provvedimenti (dello stesso crimine fu accusato, e poi per questo esiliato, Dante). Queste anime sono costrette a rimanere immerse nella pece bollente, e vengono sorvegliate dai dei demoni che Dante chiama Malebranche. Uno di questi, Barbariccia, è colui al quale la celebre frase finale “ed elli avea del cul fatto trombetta” si riferisce: il diavolo usa il peto per dare il segno di partenza alla sua truppa demoniaca, come fosse, per l’appunto, una “tromba”.

  • Fiche (Canto XXV, 2)

Già nel XXIV Canto era stata presentata la settima bolgia, dove le anime dei ladri corrono in mezzo ai serpenti, con le mani legate dietro alla schiena. Nel XXV Canto siamo ancora qui; uno di loro, Vanni Fucci, che in vita appartenne alla fazione dei Guelfi Neri e si contraddistinse per le razzie perpetrate nei confronti delle famiglie avversarie, rivolge un gesto osceno a Dio: pone il pollice fra l’indice e il medio ripiegati, e rivolge le mani a pugno verso l’altro. Questo gesto era chiamato “fica” in quanto ne ricordava la fisionomia.

Purgatorio:

  • Bordello (Canto VI, 78)

Il VI è uno dei Canti più famosi non solo del Purgatorio, ma dell’intera Commedia; vi troviamo la celebre invettiva alla serva Italia, di dolore ostelloche viene definita bordello in quanto la cosa pubblica non viene più già da tempo governata secondo diritto, ma concessa a chi la vuole.
In questo passo Dante inveisce contro i partiti delle città e le loro lotte intestine, e con l’imperatore, che invece di intervenire per riportare l’ordine nel paese, abbandona Roma e l’Italia, il giardino dell’impero.

  • Poppe (Canto XXIII, 102)

Nel XXIII Canto siamo nella sesta cornice, dove i golosi aspettano di espiare la propria colpa, tormentati da una fame e sete continue.
Il termine “poppe” che quivi troviamo, riferito ovviamente al seno femminile, sta ad indicare l’abitudine di vestirsi in maniera poco pudica delle donne fiorentine; Dante fa pronunciare questa parola a Forese Donati, amico e parente del poeta stesso, il quale profetizza che presto “sarà in pergamo interdetto/ a le sfacciate donne fiorentine/ l’andar mostrando con le poppe il petto” (e quindi verrà proibito vestirsi in abiti succinti con un divieto ufficiale).

  • Vacca (Canto XXVI, 41)

Nella settima cornice purgatoriale scontano la pena i lussuriosi, costretti a camminare all’interno di un muro di fiamme.
Dante utilizza qui il termine “vacca” per riferirsi a Pasifae, moglie di Minosse, la quale, invaghitasi di un toro, fece costruire a Dedalo una vacca di legno per soddisfare il proprio desiderio. Dall’amplesso fra Pasifae e il toro nacque il famoso Minotauro.

Paradiso:

  • Vagina (Canto I, 21)

In questo primo Canto del Paradiso ritroviamo l’invocazione ad Apollo, mitologico dio greco dal quale Dante spera di ottenere l’incoronazione poetica, ormai raramente richiesta dagli uomini. La parola vagina, che in realtà non è altro che il fodero della spada, viene qui usato nel senso di “pelle”. Il poeta si riferisce infatti ad un mito narrato da Ovidio, secondo il quale il satiro Marsia avrebbe sfidato Apollo a chi meglio avrebbe suonato il proprio strumento (Marsia il flauto e Apollo la cetra). Una volta vinta la gara, Apollo avrebbe scorticato vivo l’avversario, “estraendolo” quindi dalla sua pelle come una spada dal fodero: “sì come quando Marsia traesti/ de la vagina de le membra sue”.

  • LVE (acrostico di “peste”, XIX Canto, 115-140)

Siamo nel cielo di Giove, dove trionfa la giustizia divina. Nella parte finale, Dante pone in rassegna tutti i principi cristiani più corrotti: Alberto d’Asburgo, Filippo il Bello, Ferdinando IV di Castiglia, Vincislao II di Boemia, Carlo II di Napoli, Federico II d’Aragona, ed altri: lo schema delle terzine con cui vengono presentati presenta la ripetizione delle lettere L,V ed E, le quali formano per acrostico la parola latina lues, peste, ad indicare come tali principi avessero rappresentato per l’Impero una sorta di pestilenza nauseabonda.

  • Bozzacchioni (caccole, XXVII Canto, 126)

Il XXVII è l’ultimo Canto dedicato al cielo delle Stelle fisse, cielo che segna il confine tra la parte di Paradiso al cui centro troviamo ancora la storia umana, e quella dove si entra nell’eterno. 
La parola “bozzacchioni” indicava le susine che, a causa di un fungo parassita, avevano preso una forma allungata ed erano gonfie e marcite. Si ritrova anche in un proverbio toscano: “quando piove la domenica di Passione, ogni susina va in bozzacchione”, ed era quindi un termine popolare che Dante poteva utilizzare nella sua quotidianità.

La Divina Commedia quindi, al di là del suo appellativo, conferitogli dal suo stesso autore, di poema sacro, è ben lontana dal demonizzare la parolaccia ma la integra a tutti gli effetti nel suo tentativo di rappresentazione del mondo. Non solo Dante: da sempre la letteratura, a partire da quella greca, passando per quella medievale fino ad arrivare a quella moderna, è piena di esempi di vocaboli sconci o scurrili, a livello di quelli che potremmo ascoltare nelle conversazioni dei moderni telefoni erotici, dove specialmente la cosidetta padrona al telefono non risparmia certi insulti ai suoi "schiavi" lussuriosi.Che siano utilizzati per stupire, impressionare, scandalizzare l’opinione pubblica, o semplicemente per dare colore al linguaggio, sicuramente non passano inosservate dai lettori di tutti i tempi.